Indicazioni a familiari e clinici sulla valutazione diagnostica degli alunni con sospetto DSA per un scelta corretta in termini di costi-benefici
- Gianluca
- 3 giorni fa
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Aggiornamento: 2 giorni fa
Gianluca Delle Monache, psicologo e psicoterapeuta
Responsabile Scientifico e Docente della Società Vadiss Form - Formazione e Ricerca
Maggio è il mese cruciale per la valutazione (o la rivalutazione) diagnostica dei disturbi specifici di apprendimento (DSA). Infatti, la conclusione dell'Anno Scolastico (e il successivo periodo estivo ed autunnale) rappresenta il momento più indicato secondo le buone pratiche cliniche suggerite nelle tre conferenze di consenso sui DSA (AID, 2007; PARCC, 2011; ISS, 2011) e nella recente Linea Guida sula gestione dei Disturbi Specifici dell'Apprendimento (lSS, 2022), che indicano come tempistica per porre la diagnosi formale dei DSA:
attendere la fine della classe seconda della scuola primaria per il disturbo di lettura (dislessia) e il disturbo della compitazione (disortografia);
attendere il termine della classe terza della scuola primaria per il disturbo di scrittura (disgrafia) e disturbo del calcolo (discalculia).
Ma è appropriato che di fronte ad un sospetto DSA si intraprenda subito l'iter diagnostico formale che prevede, oltre alla misurazione testistica delle abilità di lettura, scrittura e calcolo (diagnosi nosografica), anche l'esame delle funzione compromesse nei DSA (diagnosi funzionale o di qualificazione), con un dispendio non indifferente di risorse professionali dei Servizi, economiche per i familiari e soprattutto mentali ed emotive per il bambino?
Come clinico il mio suggerimento in proposito è di utilizzare un principio di economia e parsimonia nell'investimento iniziale sulla valutazione delle difficoltà di letto-scrittura e calcolo, per permettere ai familiari una scelta corretta in termini di costi-benefici. Questo atteggiamento di cautela è suggerito innanzitutto nelle stesse Linea Guida che raccomandano, nei confronti della diagnosi formale di disgrafia e discalculia, di applicare il criterio della persistenza.
Il criterio della "persistenza", poco conosciuto tra i "non addetti ai lavori", è di fondamentale importanza non soltanto per porre la diagnosi di disgrafia e discalculia ma anche, a mio avviso, per evitare falsi positivi nel caso di diagnosi di dislessia e disortografia. La Linea Guida sui DSA testualmente afferma che "il criterio della persistenza,. almeno in caso di prima diagnosi, può esplicitarsi come resistenza ad interventi psicoeducativi o specialistici" (pag. 63).
A questo proposito vorrei estendere quanto affermato dagli esperti della Linea Guida in riferimento alla scrittura a mano, anche alla lettura, alla compitazione ed al calcolo, considerando ciascuna di esse (anche se indubbiamente in misura diversa) "un'abilità complessa che non si sviluppa in modo naturale, ma necessita di adeguato insegnamento e pratica" (pag. 80). Sono fermamente convinto che adottare il criterio della persistenza rappresenti una buona pratica clinica e una scelta corretta in termini di costi-benefici da suggerire sempre ai familiari di un alunno con difficoltà scolastiche in caso di prima valutazione diagnostica DSA.
Per quanto riguarda la mia attività professionale, quando mi viene richiesta una consulenza diagnostica per un sospetto DSA, l'impegno che richiedo all'alunno in termini di sforzo cognitivo e alla famiglia in termini economici è quello che ritengo più efficace in termini costi-benefici e considerato sufficiente dai manuali diagnostici DSM 5 e ICD-11, secondo i quali "per formulare una diagnosi di DSA è sufficiente valutare la compromissione delle abilità specifiche (lettura/scrittura/calcolo) " (Linea Guida DSA, pag. 68).
In concreto, dopo aver creato un buon rapport iniziale con il bambino, solitamente questa valutazione richiede dei tempi molto brevi, in genere due sedute di circa mezz'ora, con la somministrazione di prove standardizzate di lettura, scrittura e calcolo, e l'osservazione comportamentale durante le prove; in caso di prestazione deficitaria (-2 deviazioni standard o 5° percentile) in una o più prove, in termini operativi posso porre una eventuale diagnosi di 1° livello, che offre indicazioni significative sul disturbo di apprendimento presentato dal bambino ma che ovviamente non rappresenta la diagnosi definitiva.
Infatti, il criterio di persistenza impone, come buona pratica clinica indicata dalla Linea Guida sui DSA, un periodo di trattamento psicoeducativo o specialistico della durata di circa tre mesi (il periodo estivo è particolarmente indicato in quanto l'alunno non è impegnato nell'attività scolastica) per verificare, appunto, la resistenza al trattamento stesso, cioè il perdurare delle prestazioni deficitarie riscontrate nella valutazione iniziale. La resistenza al trattamento può essere saggiata con attività abilitative-riabilitative.
Per quanto mi riguarda, avendo messo a punto nel corso di più di 15 anni di pratica clinica e come docente un trattamento specifico per la dislessia, la disortografia e la discalculia denominato Metodo VaDiSS, propongo ai familiari e al bambino di effettuare un ciclo di almeno 10 sedute settimanali della durata di circa mezz'ora (che possono essere rinforzate anche a domicilio con il supporto dei familiari), per poi verificare se le difficoltà di lettura, compitazione e calcolo rientrano nella norma nell'attività didattica dell'alunno (in caso di sospetta disgrafia procedo con l'invio a un esperto di riabilitazione motoria).
Pertanto, solo in caso di resistenza al trattamento si procederà ad arricchire la diagnosi nosografica con una diagnosi di funzionamento "che appare determinante per l'impostazione degli interventi (riabilitativi, di potenziamento e didattici)" (Linea Guida DSA, pag. 68). A questo proposito, la Linea Guida "raccomanda di includere nel processo diagnostico DSA, indipendentemente dall'età, la valutazione delle seguenti competenze cognitive:
Funzioni attentive (in particolari visive);
Memoria di lavoro (verbale e visuo-spaziale);
Funzioni Esecutive (in particolare competenze di pianificazione e monitoraggio);
Abilità di elaborazione fonologica;
Competenze linguistiche (abilità di recupero lessicale, ma anche competenze lessicali e morfo-sintattiche in comprensione e produzione);
Competenze visuo-spaziali e della motricità fine" (pag. 69).
Dall'elenco delle competenze cognitive utili da approfondire appare chiaro quanto sia significativo l'investimento in termini professionali, economici e di energie mentali rappresentato dall'iter diagnostico formale per portare ad una certificazione DSA. Pertanto, appare doveroso per noi clinici che lavorano nel delicato settore della diagnosi e del trattamento dei DSA offrire ai familiari e ai bambini una scelta corretta in termini di costi-benefici. Sonco certo che le indicazioni contenute nel presente articolo possano rappresentare un contributo nella direzione di una buona pratica clinica in questo senso.
Per maggiori informazioni o approfondimenti, è possibile contattare l'autore:
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Bibliografia




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